Flora

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A 16 anni niente riesce a tenerti dentro casa. Né le corte giornate d’inverno o la voce di tua madre che cerca di richiamarti al dovere. Non ci riescono i contropiede infiniti di Holly e Benji, le cassette di Vasco, i compiti per il giorno dopo.
I pomeriggi con la testa piegata sul tavolo della cucina, quelli alla luce tremolante di una lampadina da 40W – prima dell’economia dei LED – vivevano sotto la minaccia delle scadenze scandite dalla professoressa Zichittella.

Difficile affermare che fosse amata tra noi studenti. Pretendeva il massimo e per ottenerlo sapeva colpirti con la sua ironia tagliente. Inutile addurre a un mal di pancia, alla morte di un remoto conoscente per giustificare libri rimasti asfissiati negli zainetti. Nessuna possibilità di ripetere una lezione “a pappagallo”. Guai a terminare una qualsiasi composizione con un “concludo dicendo che”. La sua spada non avrebbe perdonato.

Non ricordo nemmeno un nomignolo che la identificasse nei corridoi della scuola. Credo nessuno si fosse spinto in un territorio così pericoloso. Per tutti lei era semplicemente “Lazichittèlla”. Correva voce che fosse “tinta”, non cattiva ma temuta. Qualcuno provava a dipingerla come una docente sadica che godeva nell’infliggere sofferenze agli studenti. Ma era solo un modo per indicare la sua intransigenza e la frustrazione che serpeggiava tra noi studenti e qualche collega.

Non aveva bisogno di mandarti fuori dalla classe e non ricordo di averle mai sentito alzare la voce. Mi ricordava la zia che per alcuni anni della mia vita si era occupata di me: come lei non aveva figli e vestiva in modo elegante ma austero. Completi giacca e gonna blu su camicetta bianca. Capelli biondo cenere. Occhiali. Multifilter. Un filo di perle.

Era la nostra insegnante di lettere. Depositaria dei segreti che coscientemente e no snocciolavamo nelle nostre produzioni letterarie. Non ricordo di aver mai scelto una traccia di storia o letteratura. Per me i compiti in classe erano una ghiotta occasione di confronto più o meno irriverente per far valere un punto di vista distante qualche generazione.

Studiavamo Manzoni, Verga, Pirandello. Ma gli scritti che le riservavo erano ispirati a Gino e Michele, a Domenico Starnone, al settimanale Cuore che esibivo fiero ogni giovedì.
Prima di lasciare la mia città per andare all’università mi chiese di passare a trovarla. Fui introdotto nello spazio della sua vita privata dove mi fu permesso di chiamarla Flora. La scuola era finita, nel mio percorso altri insegnanti si erano avvicendati lasciando sedimentare valori e riflessioni. Mi chiese di parlarle del mio futuro e dei miei sogni. Mi congedò consegnandomi una lettera. “Qui ci sono alcune direttive”.

Fu una delle ultime volte che piansi. Insieme ai consigli per il mio futuro, la mia professoressa di italiano aveva inserito nella busta un assegno per sostentarmi nei primi mesi lontano da casa. Il mio è un investimento – aveva scritto – gli interessi li pretendo.

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Tempere e acrilici sono di Lorenzo Pierfelice.
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