Snai

Una sera normale nella città senza nome.
Una fumosa sala scommesse, personaggi piuttosto annebbiati intenti alle slot machines. Nel brusio, il tintinnare di monete del conio continentale evidenzia che è possibile sbarcare il lunario mettendo in fila fragole, banane, ciliegie, 10JQK e Assi.
Di fronte a me, una coppia di origini balcaniche condivide un distillato dozzinale senza trovare un accordo sulla condotta da adottare al terminale. Li osservo mentre la squadra in maglia rosa non vuole saperne di metterla dentro. Provo a dare il mio contributo alla partita snocciolando formazioni assemblate tra i santi del calendario. Solo i giorni dispari, domeniche escluse, ampio parcheggio.
La coppia balcanica, capelli biondi e rughe marcate, smoccola in extracomunitario stretto. Mi sono auto-convinto che non si tratti di parole d’amore. Non riesco a capire, però, se nei momenti in cui la fortuna si mostra avversa, preferiscano rivolgersi a dei pagani, profeti o animali a quattro zampe (senza zoccoli) con la C.
Mi concentro sulla mia partita di calcio. Ormai si può scommettere anche a match in corso. Non è più una questione da 1X2. I risultati migliori sulle schedine si possono ottenere indovinando quanti pali prenderanno i calciatori dai capelli ricci, quanti peli sono cresciuti (dal calcio d’inizio) nel naso dell’arbitro, o il numero di tifosi appartenenti a una formazione politica neofascista tra quelli presenti in curva.
Niente di umano in questi circoli culturali post-moderni. Tra un contropiede e una palla in tribuna, sono più concentrato a non urtare la suscettibilità degli astanti, fomentando i commenti tecnici di Ughesposito, e le sue previsioni – fin qui sempre azzeccate – sugli avvicendamenti sul terreno di gioco nel secondo tempo.
Lo osservo nel suo giubbotto di pelle e la barba vagamente incolta dei giorni che precedono la sua seconda paternità. Penso che se dovesse improvvisamente scoppiare una rissa, sarebbe capace di menare le mani a destra e a manca, fornendomi scampo e scatenando l’inferno.
Finché la pace tiene, succhio fili d’aria da uno spiraglio di porta aperta per sfuggire al lezzo di Diana Blu, alcool e ascelle sudate che appesta l’aria. Torno a temere per la mia incolumità quando nella bisca fanno il loro ingresso due nuovi personaggi: un papà con il suo bambino.
Il genitore non deve avere ancora 40 anni, jeans sdrucito, acetata Adidas, zip semi aperta, capello rasato nero e un figlio a sua immagine: dieci anni appena, sguardo disilluso, faccia grassotta e truce degna del padre, capello nazifascista, training marchiato United e scarpe ginniche. Insieme procedono senza indugi verso il banco delle giocate, si fanno consegnare (l’incasso della giornata?) le ultime quotazioni, si siedono per mettere a frutto le soffiate ricevute dalla cricca del calcio scommesse.
Lo sforzo intellettuale dell’uomo si manifesta sulla mascella volitiva, mentre il figlio gli somministra – con fare navigato – pochi discreti consigli.
- Papà nun te vojo gufà, ma la Roma col Napoli vince almeno 2-1. E poi, a Fulham-Manchester ce metterei l’OVER. L’ICS, secondo me, ce starebbe su Utrecht-Feyenoord.
Lascio passare un attimo di silenzio lungo un secolo prima di guardare di nuovo in faccia Ughesposito e proporgli candido:
- Appena Andrea cresce un altro po’, dovresti portarlo anche tu a scommettere. Magari sui cavalli.
- Sai che soddisfazione se da grande si appassiona alla statistica!

Nei giorni successivi, ho controllato i risultati. Se avessi giocato la tris del ragazzino, puntando 5 euro, ne avrei portati a casa 76.

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Tempere e acrilici sono di Lorenzo Pierfelice.
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